Piemonte

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Parlare brevemente del Piemonte non è di certo cosa semplice per la sua importanza, per la sua posizione e per la quantità di vini di denominazione presenti nella regione.

Partirei dando un po’ di numeri così da collocare il Piemonte correttamente rispetto alle altre regioni Italiane.

Situato solitamente tra il 5/6 posto per quantità di ettolitri di vino prodotto (circa 2.580.000 nel 2012) il Piemonte è campione in produzione di vini DOCG/DOC, dove la quasi totalità di quei due milioni e mezzo di ettolitri finisce in denominazione, escludendone solo 200.000. Non è un caso. La storia enologica del Piemonte subisce importanti cambiamenti già nel 1800, quando era sede della casa reale dei Savoia e tutta la nobiltà del nostro paese, abituata a bere vini francesi, era solita frequentare la corte. E proprio il confine con la Francia, terra che da sempre ha saputo valorizzare i suoi prodotti, ha fatto si che enologi di calibro internazionale come Oudart trovassero interessante già ad allora il territorio Piemontese. Una forma mentis rivolta alla produzione di qualità datata ha fatto si che tale regione, ad oggi sia, l’unica nel nostro paese a produrre vino di qualità rinunciando a IGT e mosti, che in altre regioni rappresentano invece parte non trascurabile di fatturato.

Schermata 2014-12-26 alle 20.20.35Tornando invece a parlare di numeri non dobbiamo stupirci se, celeberrimo per i suoi rossi, il Piemonte produca una considerevole dose di vino bianco proveniente però  da un unico vitigno, il moscato bianco, con il quale si producono Asti (lo spumante) e il Moscato d’Asti, seguono poi piccole quantità di Cortese, coltivato nella zona di Gavi, e l’Arneis, che sta trovando spazio nel Roero.

Sono tre invece i vitigni rossi che si dividono il podio: la Barbera, il Dolcetto e il Nebbiolo.

Il piemonte è una regione circondata dalle montagne per tre lati e quasi tutti i vigneti si trovano sulle colline. Territorio variegato e diverso concentra la sua produzione nella parte a sud di Torino, tra le province di Asti e Alessandria come potete vedere nella mappa sottostante.

 

Parte della produzione si estende anche al nord nel novarese dove si trovano il Gattinara e il Ghemme, a base di Nebbiolo (chiamato qui uva Spanna), di interessante qualità, forse più “freddi” rispetto al loro lontano cugino Barolo. Il Gattinara può essere prodotto con Nebbiolo Spanna per almeno l’85% più altre uve come Vespolina e Bonarda ed è in grado di invecchiare per più di 10 anni. Il secondo può veder calare la quantità del Nebbiolo, che scende ad un minimo del 75% e per questo forse, a confronto potrebbe sembrar peccare in struttura. Si abbinano bene con carni rosse in umido e con salse, polente, formaggi di media/buona stagionatura.

Trasferiamoci ora a sud, cercando di far luce su una delle più fitte aree di Denominazioni Italiane, ovvero i territori di Langhe, Roero e Moferrato. Tre zone confinanti tra loro che potremmo sintetizzare così: le Langhe sono a sud della città di Alba, il Roero a Nord. Monferrato è invece collocato in torno ad Asti precisamente a nordest.

Per chi si avvicina all’enografia questa è probabilmente una delle aree più complesse: solamente qui di fatti vi sono 16 Doc/Docg e collocarle tutte correttamente non è compito semplice. Per questo preferiamo descrivervi i vini prodotti in base all’uva di provenienza, in modo da carpirne le caratteristiche e lentamente poi collocarli sulla cartina.

Vini da uve Nebbiolo

Barolo
Quando si parla di Nebbiolo i più solitamente pensano al “Re dei Vini” ovvero il Barolo, prodotto nei territori dell’omonimo paesino collocato nelle Langhe a Sud di Alba. La sua fama è dovuta al fitto intreccio con la dinastia reale dei Savoia che lo elessero il vino principe d’Italia. Inizio tutto a metà dell’800 quando la contessa Juliette Colbert, chiamando l’enologo francese Oudart, decise di far vinificare il nebbiolo secondo lo standard francese, e non come erano soliti farlo i piemontesi; questa fu la chiave di volta.

La zona del Barolo comprende i territori dei comuni di Barolo,Castiglione Falletto e Serralunga d’Alba e parte dei territori dei comuni di La Morra, Monforte d’Alba,Roddi, Verduno, Cherasco, Diano d’Alba, Novello e Grinzane Cavour in provincia di Cuneo. Distano tra loro solo pochi chilometri, essendo confinati in un area che potremmo definire racchiusa in un perimetro di 6km da un lato e 12 dall’altro.  Territorio però suddiviso in due aree geologicamente diverse. A ovest intorno a La Morra i terreni sono marne calcaree dell’epoca tortoniana e danno origine a vini meno duri e più fragranti. A est invece il terreno è elveziano, fertile e ricco di arenaria e per tanto i vini prodotti a Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba e a nord di Monforte d’Alba tendono ad essere più concentrati e robusti.

Il Barolo è prodotto interamente con uve Nebbiolo e deve invecchiare in cantina per almeno 3 anni (di cui 2 in botte di rovere o castagno) per il Riserva invece aumenta a 5. Il colore di solito non è molto compatto, tende al granato e a riflessi arancia con l’invecchiamento. Ampio il ventaglio di Aromi che può andare da frutta in confettura e fiori secchi a spezie come tabacco, pepe, chiodi di garofano, cannella, liquerizia. Può arrivare ad invecchiare fino a 20-30 anni. Si abbina con carni con salse, come la senape, o brasati.

Barbaresco

Per molto tempo il barbaresco è stato considerato il sostituto del Barolo o il fratello minore, quando in realtà è un ottimo vino, indipendente e da non paragonare col Barolo. Dopotutto sono territori differenti. Ci troviamo attorno al piccolo comune di Barbaresco ad est di Alba dove si trovano in totale 680 ettari di terreni coltivati. A differenza del Barolo il barbaresco deve invecchiare almeno due anni, 3 per la riserva. L’invecchiamento varia poi da produttore a produttore, che può scegliere botte grande o barriques. Può durare oltre i 20 anni in cantina e si abbina con selvaggina, carni con salse, brasati, formaggi importanti. Il colore è tipico del Nebbiolo vinificato, ovvero rosso granato con unghia arancia. Anche qui si possono trovare rosa e viola appassita, frutta rossa, vaniglia, tabacco e spezie.

Nebbiolo d’Alba

Cresci letteralmente in mezzo ai due fratelli sopracitati e ne ha comunque la stoffa e l’impronta familiare. Più immediato può essere degustato già dopo un anno dopo la vendemmia. Tuttavia elegante e complesso offre forse un ventaglio di sensazioni leggermente inferiori rispetto al Barolo e al Barbaresco, ma riesce a tenere comunque 10 anni di invecchiamento. I Piemontesi lo abbinano molto con i primi piatti come ravioli e tajarin.

vini da uve Barbera

Quando si parla di Barbera si parla di Barbera d’Alba, d’Asti e del Monferrato.  Sono tre vini molto simili, il Barbera d’Alba è l’unico che prevede 100% Barbera mentre gli altri due possono usare un 15% di Freisa, Grignolino e Dolcetto. Se si dovesse cercare una relazione schematica tra i tre potremmo asserire che la Barbara del Monferrato è quella che può essere bevuta per prima in quanto più fresca e immediata. Di solito danno origine a vini rubino che vanno dal porpora al granato a seconda dell’invecchiamento. Buono il corredo aromatico con sentori di frutta e spezie. Ideale con ragù, paste e carni in salsa o arrostite.

vini da uve Dolcetto

Non lasciatevi ingannare dal nome, i vini prodotti dal Dolcetto sono comunque secchi e differenziati in sei DOC (Dolcetto d’Acqui, di Asti, delle Langhe Monregalesi, di Ovada, di Diano d’ Alba) e una DOCG (Dolcetto di Dogliani). Qualunque Denominazione si voglia bere possiamo star tranquilli che il vino sarà 100% Dolcetto, nessuno dei disciplinari infatti prevede aggiunta di altre uve. Siamo su note aromatiche vinose e fruttate, più delicato in bocca è un vino meno adatto all’invecchiamento e più da pronta beva, per questo ideale con salumi, paste non troppo complesse e formaggi freschi.

una carrellata sui bianchi

Si lo sappiamo, se sei esperto di vini detesterai il titolo di questo paragrafo, ma se dovessimo orientare un neofita ad una attenta lettura sui bianchi preferiremmo far investire il suo tempo sul Friuli, Trentino, Lazio, Campania e così via.

Non per questo però non possiamo trascurare alcuni vini Piemontesi in grado di emozionare. Iniziamo con il più prodotto ovvero l’Asti (spumante) e il Moscato d’Asti.

L’Asti (si chiama così solo lo spumante) è la DOCG più esportata d’Italia. Oltre l’80% di quanto prodotto finisce sulle tavole estere. Noi abbiamo l’errata abitudine di unirlo al panettone una volta l’anno, sminuendone tutta la sua potenzialità. Il Moscato Base viene fermentato una seconda volta con il metodo Martinotti (in autoclave) e tende a dare un vino paglierino brillante con un perlage (bollicine) ben amalgamate. Note aromatiche dolciastri come fiori d’arancio, miele, acacia. Ideale con pasticceria secca, tore lievitate e ciambelle. Il Moscato d’Asti è simile, subisce solo una fermentazione (e non due come lo spumante) che lo rende meno “frizzante”.

Nella provincia di Alessandria, nel piccolo interland di Gavi, si produce il Cortese di Gavi. Le uve usate per questo vino si chiamano Cortese e danno origine ad un vino giallo paglierino con riflessi verde oro. Al naso frutta e fiori e la freschezza ne è una caratteristica. Va con piatti di pesce.

Ultimo ma non per questo il peggiore è il Roero Arneis. Prodotto interamente con uve arneis è ideale con verdure e pesce. Il vino è delicato, secco con sentori di agrumi e a volte tostatura. Si beve non troppo invecchiato e accompagna anche piacevoli aperitivi.

 

 

 

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